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	<title>Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza Archivi - Corsi ECM Benessere</title>
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	<description>Corsi con crediti ECM a Padova</description>
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		<title>Il Superpotere delle emozioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 08:34:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le emozioni possono essere paragonate a dei superpoteri che ci “trasformano” quando succede qualcosa di importante e rilevante.</em> Le emozioni in questo modo ci rendono più adattati all’ambiente (fisico e sociale): senza di esse probabilmente ci saremmo estinti nella savana.</p>
<p>Ma quali sono i superpoteri delle emozioni e a cosa servono?</p>
<h2></h2>
<h2><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/hulk.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-1012 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/hulk-250x300.jpg" alt="hulk-rabbia" width="250" height="300" /></a>RABBIA</h2>
<p><strong>Il superpotere della Rabbia è renderci più forti quando ci sentiamo deboli e bloccati,</strong> un po’ come Hulk. Quando incontriamo un ostacolo a cui non riusciamo a far fronte con le risorse “normali”, si accende Rabbia e con essa diventa più probabile che riusciamo ad oltrepassarlo. Come fa Rabbia a renderci più forte? <em>Aumenta la nostra pressione sanguigna, sposta il sangue su testa e braccia, ci dà un impulso automatico “CONTRO” l’ostacolo da rimuovere</em>. Se l’ostacolo è il distributore dell’acqua che non fa uscire la nostra bottiglietta, scaglieremo un pugno contro di esso; se l’ostacolo è il nostro capo, inizieremo ad architettare una serie di idee (che ci sembreranno geniali ma è probabile che non lo siano) per sfidarlo in un gioco di forza e di potere.</p>
<h2><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/The-Flash-paura.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-1013 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/The-Flash-paura-300x169.jpg" alt="The-Flash-paura" width="300" height="169" /></a></h2>
<h2>PAURA</h2>
<p><strong>Il superpotere della Paura è la fuga o l’invisibilità</strong>, potremmo paragonarla a Flash o all’Uomo Invisibile. Significa che quando la nostra vita è messa in pericolo, Paura si attiva e sposta il nostro sangue alle gambe, per farci scappare il più velocemente possibile, o ci immobilizza, per non essere visti (dai nostri ancestrali e feroci predatori) attraverso il movimento. La Paura talvolta è attivata da dei pensieri sul futuro o sul passato e questo rende il tutto un po’ più complicato perché i suoi superpoteri, non essendo usufruibili nel momento presente, creano uno stress inutile (blocca la digestione, ci annebbia la razionalità, mette in circolo cortisolo).</p>
<p><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/dissennatori-tristezza.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-1014 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/dissennatori-tristezza-300x300.jpg" alt="dissennatori - tristezza" width="300" height="300" /></a></p>
<h2>TRISTEZZA</h2>
<p>Tristezza ha un superpotere davvero insolito e forse poco intuitivo in una società dove il “super” viene associato alla forza e alla grandiosità. <strong>Tristezza, infatti, ha il potere di toglierci tutti i nostri poteri, di farci sentire stanchi, pesanti, totalmente disarmati.</strong> Tristezza può essere paragonata ai Dissennatori in Harry Potter, delle entità che garantiscono che i prigionieri non scappino dalla prigione di Azkaban. Perché questo è un superpotere? Perché quando una direzione non è possibile rischiamo di continuare a sprecare energie nel percorrerla. Tristezza ci viene allora in aiuto per fermarci e ci sostiene a dire “Basta, è finita”. Questo avviene soprattutto quando perdiamo qualcosa di importante: inizialmente non accettiamo la perdita, ci chiediamo il perché della perdita o ci autocolpevolizziamo – talvolta continuiamo a lottare ad oltranza per riavere ciò che abbiamo perso. Quando, ad un certo punto, arriva Tristezza, si spegne ogni pensiero e ogni impulso a fare qualsiasi cosa: questo <em>ci permette di recuperare energie e scegliere di investirle in una nuova direzione</em>. Tristezza ha anche un’altra grande risorsa: <strong>innesca negli individui della nostra specie un sentimento di cura verso di noi</strong>, per cui possiamo essere protetti e sostenuti nella nostra vulnerabilità.</p>
<p><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/poppy-gioia.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-1015 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/poppy-gioia-300x300.png" alt="poppy-gioia" width="300" height="300" /></a></p>
<h2>GIOIA</h2>
<p><strong>La Gioia è piacevole, ci fa sentire dei supereroi!</strong> Questo la rende desiderabile, ma anche pericolosa. Pensiamo che la Gioia dovrebbe essere sempre presente nella nostra vita, ma Gioia è solo quel momento finale, dopo la tempesta, in cui vediamo di nuovo l’orizzonte e ci concediamo di abbassare la guardia. Dopo aver avuto fame e aver mangiato, arriva Gioia. Dopo aver sofferto la mancanza di qualcuno ed è finalmente davanti a noi, arriva Gioia. Dopo una settimana d’ansia per un esame e l’averlo superato con successo, arriva Gioia. Gioia può essere paragonata alla principessa Poppy del film Trolls: Poppy è sempre felice, balla, abbraccia tutti, canta, non si scoraggia mai. Purtroppo Gioia può diventare <em>pericolosa perché ci fa abbassare la guardia</em>: è quando siamo euforici che rischiamo di commettere le più grandi scemenze della nostra vita. Nel cartone Trolls è proprio la principessa Poppy che, attraverso una festa megagalattica e un ottimismo irrealistico, espone se stessa e tutti gli altri ai loro nemici più temuti (i Bergen). Inoltre, la piacevolezza di <em>Gioia può “drogarci”</em> nel vero senso della parola, desideriamo così tanto provare quel senso di benessere e di piacevolezza che le <em>droghe, l’alcool, il sesso, il potere e l&#8217;abuso degli altri diventano dei modi “facili” per attivarla.</em> Ma questi modi facili sono vuoti e hanno delle conseguenze devastanti sulla nostra vita: ne perdiamo il senso, la direzione, ci perdiamo.</p>
<h2><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/disprezzo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-1016 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/disprezzo-300x225.jpg" alt="disprezzo" width="300" height="225" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2>DISGUSTO/DISPREZZO</h2>
<p><strong>Il Disgusto ci garantisce di non morire avvelenati</strong>: le puzze, i sapori “disgustosi”, le percezioni viscide sulla nostra pelle sono sensazioni tracciate dentro di noi per tenerci alla larga da ciò che può essere infetto. Il superpotere del disgusto è fornirci un innato database basato sui 5 sensi di tutto ciò che può contaminarci. Quando l’oggetto del disgusto non sono gli oggetti fisici, ma le persone, il disgusto diventa <em>Disprezzo</em>. Così alcune persone sono viste come potenzialmente “tossiche”: frequentarle è rischioso quanto bere dell’acqua di fogna. Nelle piccole tribù preistoriche, individuare gli individui potenzialmente pericolosi era importante per lo sviluppo e la sussistenza del gruppo. Un individuo “anomalo” e non collaborante avrebbe potuto richiamare nemici o predatori, mettendo tutti in pericolo. Il disprezzo era utile per non provare pena per lui e isolarlo, allontanarlo o ucciderlo.</p>
<p>Il database per la selezione delle persone tossiche non è però preciso quanto quello del disgusto basato sui 5 sensi. <strong>Il database del disprezzo è basato sul linguaggio e sui giudizi e questo lo rende altamente impreciso</strong>. È facile giudicare una persona come “inaffidabile” perché in ritardo ad un appuntamento, o “egoista” perché ci nega una richiesta. Il Disprezzo però, fratello del Disgusto, quando si innesca avrà un solo obiettivo: farci allontanare dalla persona “tossica”, isolandola, uccidendola o evitandola. <em>I giudizi sono molto pericolosi e sono alla base di genocidi, omicidi, bullismo, violenze di ogni genere.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><em>Articoli correlati</em></p>
<p>http://www.corsiecmbenessere.it/aggiornamenti/lavorare-psicoterapia-le-emozioni-cambiamento/</p>
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		<title>Emozioni: quali sono?</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-ed-emozioni/emozioni-quali-sono/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 07:53:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scienza della psicologia ancora non è riuscita a fare un elenco definitivo di quali sono le emozioni. Tuttavia, una grande varietà di studi su questo tema può essere riassunta<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La scienza della psicologia ancora non è riuscita a fare un elenco definitivo di quali sono le emozioni. Tuttavia, una grande varietà di studi su questo tema può essere riassunta in <strong>tre modi di descrivere le emozioni</strong>: <strong>l’approccio categoriale, quello dimensionale, quello prototipico</strong>.</p>
<h2>L&#8217;approccio categoriale &#8211; Inside OUT</h2>
<p>Il primo, l’approccio categoriale, è alla base del film <em>Inside Out</em> della Pixar del 2015 e si basa sui concetti di emozioni di base e di emozioni complesse (Ekman, 1992; Izard, 1991; Oatley, 1992; Plutchik, 1994).</p>
<p><strong>Le emozioni di base, o primarie</strong> <strong>hanno una determinata funzione di sopravvivenza per l’individuo</strong>, sono riscontrabili in tutte le culture, appaiono presto nello sviluppo, sono associate a particolari pattern di modificazioni fisiologiche, possono essere distinte nei primati e sono contraddistinte da particolari espressioni facciali. <strong>Le emozioni secondarie o complesse, invece, sono una mescolanza di quelle di base</strong> (Plutchik, 1994) e derivano da particolari elaborazioni cognitive delle prime (Oatley, 1992).</p>
<p>Un punto critico dell’approccio categoriale è che ogni studioso che ha cercato di individuare le emozioni di base ha proposto un suo elenco, diverso da quello di tutti gli altri. Nonostante ciò, diversi studiosi delle emozioni citano almeno <strong>cinque emozioni di base: la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto, le stesse scelte come protagoniste in <em>Inside Out. </em></strong>Una curiosità a questo proposito è che la Pixar per creare i personaggi delle emozioni ha chiesto la supervisione di Ekman e di Keltner, due dei maggiori studiosi a livello mondiale delle emozioni. In <em>Inside Out </em>ogni dettaglio ha una base nella psicologia: rimanendo nel tema delle emozioni di base e complesse, quando Gioia e Tristezza insieme prendono il controllo della console e creano un vissuto di tenerezza (metà giallo e metà blu), si fa riferimento alla teoria delle emozioni complesse di Plutchik del 1994.</p>
<p><a href="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/inside-out-approccio-categoriale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1781" src="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/inside-out-approccio-categoriale-1024x341.jpg" alt="emozioni inside out - approccio categoriale" width="1024" height="341" /></a></p>
<h2>L&#8217;approccio dimensionale &#8211; Big Hero 6</h2>
<p>L’approccio dimensionale, invece, cerca di identificare le emozioni sulla base di un piccolo numero di dimensioni, o <strong>caratteristiche, come la valenza, l’attivazione e la potenza</strong> (Spencer, 1890; Wundt, 1897; Woodworth, 1938; Schlosberg, 1941).  Il pioniere da cui ha avuto inizio gran parte della ricerca che ha utilizzato questo tipo di approccio è stato Russell (1980) che ha introdotto il modello circomplesso. Secondo l’autore le emozioni definite dal linguaggio possono essere disposte su uno spazio definibile da tre dimensioni che sono la piacevolezza, l’arousal (termine col quale si intende l’attivazione fisiologica di un individuo) e la combinazione di piacevolezza ed arousal. Il modello di Russell (1980) mette in luce due importanti caratteristiche delle emozioni. La prima è che queste variano nel loro grado di similarità e la seconda è che alcune emozioni possono essere considerate come bipolari (ad esempio felice, triste). Gli approcci dimensionali sono stati utilizzati nella ricerca per evidenziare le modificazioni graduali delle emozioni presenti, ad esempio, durante l’ascolto di un brano musicale. <strong>Questo approccio è utile per insegnare a notare e a descrivere l’intensità dell’emozione provata.</strong> Un altro film d’animazione della Pixar, <strong><em>Big Hero 6</em> del 2014, fa riferimento all’approccio dimensionale nel momento in cui Baymax, il robot bianco che fa da assistente sanitario al protagonista Hero, chiede l’intensità del dolore percepito in una scala da 1 a 10</strong>.</p>
<p><a href="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/baymax-approccio-dimensionale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1780" src="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/baymax-approccio-dimensionale-1024x429.jpg" alt="emozioni baymax approccio dimensionale" width="1024" height="429" /></a></p>
<h2>L&#8217;approccio prototipico</h2>
<p>Il terzo approccio è chiamato prototipico ed è basato sull’idea che il <strong>linguaggio mostra come le persone concettualizzano e categorizzano le informazioni</strong>, teoria proposta da Rosch nel 1978. Un concetto prototipico è un’immagine astratta che combina le caratteristiche più rappresentative di una categoria e serve come punto di riferimento cognitivo rispetto al quale gli altri elementi vengono categorizzati. Ad esempio il pastore tedesco è più vicino all’immagine prototipica di cane rispetto ad un bassotto. Così nell’approccio prototipico esistono emozioni come la gioia o la tristezza più rappresentative della categoria delle emozioni, rispetto ad altre, come la gelosia. <strong>L’approccio prototipico è un compromesso tra l’approccio dimensionale e quello categoriale.</strong> Un esempio di struttura prototipica delle emozioni è mostrata nella figura 2 (Shaver, 1987).</p>
<p>La dimensione verticale della struttura mette in luce l’organizzazione gerarchica delle categorie. Il livello più generale è quello superordinato e definisce la valenza positiva o negativa delle categorie subordinate ad esso. Il livello medio è quello prototipico nel quale sono presenti le emozioni più rappresentative, e alla fine c’è il livello subordinato che contiene le emozioni legate ad un particolare prototipo. La dimensione orizzontale mette invece in luce le relazioni esistenti tra i membri della stessa categoria prototipica (Shaver e altri, 1987).</p>
<p>Anche questo modello è utile nella psicologia clinica: <strong>insegnare a descrivere con termini di livello gerarchicamente sempre più basso e accurato le diverse emozioni sarebbe alla base della capacità di rappresentare i propri stati interni e poterli guardare con maggiore distanza, per non esserne sopraffatti</strong> (Vedi esercizio Etichettare le emozioni di Germer, 2009). Il training rivolto a questo scopo insegna al paziente a etichettare inizialmente il proprio stato interno con una emozione prototipica come “rabbia“, poi lo invita a distinguere le diverse sfumature della rabbia, come il fastidio, l’ira, l’ostilità e così via. <strong>Questo processo linguistico promuove lo sviluppo della consapevolezza, intesa come capacità di integrare tra loro più informazioni provenienti da canali sensoriali diversi e metterle in relazione con informazioni contestuali di tipo temporale, gerarchico, causale, ecc</strong>.</p>
<p><strong>Un’altra attenzione linguistica utile quando si lavora con le emozioni è non etichettarle come buone e cattive o positive e negative, per non sviluppare la falsa credenza che sperimentare alcune emozioni sia “male“ e che di conseguenza siano da evitare.</strong> Le emozioni, invece, per definizione sono tutte adattive e di conseguenza utili per la sopravvivenza (nell’ambiente fisico e sociale). Alla base di molti disagi psicologici c’è la seguente catena di derivazioni logiche: “X è un’emozione negativa, chi prova X non è OK, io provo X quindi non sono OK, per essere OK non devo provare X“ (Ciarrochi, 2014). Per interrompere questa catena “logica“ ed estremamente dannosa, è importante validare l’emozione provata, qualunque essa sia, descrivendola e dandole un nome.</p>
<p><a href="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/emozioni-positive-negative-vs-piacevoli-spiacevoli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1782" src="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/emozioni-positive-negative-vs-piacevoli-spiacevoli-1024x701.jpg" alt="emozioni positive negative vs piacevoli spiacevoli" width="1024" height="701" /></a></p>
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		<title>Perché gli adolescenti ascoltano musica?</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/perche-gli-adolescenti-ascoltano-musica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 09:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tempo dedicato dagli adolescenti ad ascoltare musica si aggira mediamente intorno alle 2-3 ore al giorno (North, Hargreaves &#38; O’Neill, 2000). Questa osservazione ha incuriosito diversi ricercatori e li<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il tempo dedicato dagli adolescenti ad ascoltare musica si aggira mediamente intorno alle 2-3 ore al giorno (North, Hargreaves &amp; O’Neill, 2000). Questa osservazione ha incuriosito diversi ricercatori e li ha spinti a chiedersi quale funzione ricopra la musica in questo particolare periodo della vita, tale da giustificarne una presenza così consistente. Le risposte fornite hanno distinto due funzioni della musica: una sociale (socializzare coi pari, formazione della propria identità) e una individuale (regolazione dell’umore e strategie per affrontare i problemi) (Bakagiannis &amp; Tarrant, 2006).</p>
<p>La funzione sociale nasce dall’osservazione che l’ascolto di musica per l’adolescente correla con l’appartenenza a dei gruppi nei quali gli individui che li costituiscono condividono idee, atteggiamenti, simboli culturali, interessi, risorse di conoscenza, modelli (Bakagiannis &amp; Tarrant, 2006).</p>
<p>L’appartenenza ad un gruppo aiuta l’adolescente nella formazione della propria identità, attraverso l’adozione di comportamenti propri del gruppo, in linea con la Social Identity Theory di Tajfel (1978). Questa tendenza dell’adolescente può essere all’origine dell’adozione di uno stile e della preferenza verso un genere musicale: conoscere determinate canzoni o gruppi musicali diventa una chiave di accesso al gruppo e di condivisione tra pari. La musica, in questo caso, sarebbe conseguente all’appartenza ad un gruppo.</p>
<p>Esiste un altro modo con il quale la musica può diventare il cuore di aggregazione di un gruppo e che non è una conseguenza dell’appartenenza, ma è all’origine della formazione di un gruppo. Le persone sono maggiormente attratte verso coloro che hanno atteggiamenti, valori, comportamenti, caratteristiche di personalità simili a sé e questo fenomeno è spiegato dalla similarity-attraction hypothesis di Byrne (1971). Questo autore suggerisce che le caratteristiche di una persona osservabili esternamente forniscono un filtro iniziale per avvicinarsi o meno ad un individuo. Le sottoculture musicali hanno un particolare ruolo in questo poiché le persone che vi appartengono generalmente adottano un certo stile nell’abbigliamento, nella pettinatura e in altri segnali che possono essere letti esternamente (Rentfrow &amp; Gosling, 2006, 2007). Le “sottoculture musicali”&nbsp; che condividono un determinato stile musicale sono comuni nell’adolescenza e se ne possono individuare circa cinque: il Metal (Heavy Metal, Punk Rock, Alternative Rock), il Soul (Hip-Hop, R&amp;G e il Raggae), il Pop (Pop music, Pop Rock), la Classica (Classica, Jazz, Blues, Worldbeat) e l’Elettronica (Techno, Trance) (Miranda &amp; Claes, 2007). L’adolescente quindi si avvicinerà e formerà un gruppo selezionando le persone più simili a sé e quindi, spesso, con simili preferenze musicali.</p>
<p>La musica, oltre ad avere un ruolo sociale, ne ha uno individuale che riguarda la regolazione dell’umore e l’assunzione di strategie di risoluzione di problemi. L’adolescenza, infatti, è un periodo di vita caratterizzato da sfide e da un incremento di rischi e di fattori stressanti, come la scuola, le relazione coi genitori e coi pari. La musica, in questo contesto, può assumere la funzione di aiutare l’adolescente a gestire gli stressors in due direzioni, una di evitamento e una di accettazione delle proprie esperienze interne.</p>
<p>Una funzione della musica è legata alla regolazione dell’arousal, equivalente ad abbassarlo portando verso il rilassamento o ad alzarlo portando verso l’eccitazione. Un’altra funzione è legata all’induzione di emozioni specifiche come la rabbia o la tristezza. Entrambe queste funzioni non sono buone o cattive di per sé, ma vanno viste nella funzione specifica che assumono per l’adolescente in un determinato contesto. Ad esempio l’adolescente può ascoltare musica per rilassarsi quando è in ansia o per provare rabbia quando è molto triste. In questo caso la musica è usata come strategia di evitamento di emozioni (o pensieri o sensazioni) che fa fatica a vivere e che non può “concedersi” perché legate a una concettualizzazione di sé negativa (“Essere tristi è da sfigati”). La musica aiuta l’adolescente a spostare l’attenzione da qualcosa di doloroso verso il rispetto di una “regola” interna di come è giusto essere. Al contrario, la musica può essere usata per andare verso una maggiore comprensione delle proprie emozioni (ad esempio ascoltare un brano triste per entrare nella propria tristezza e guardarla “da fuori”, con più attenzione, leggendone più sfumature) o per prendersi cura di sé (ad esempio rilassarsi e prendersi una pausa piacevole alla fine di una giornata impegnativa). Questa seconda modalità di utilizzo della musica ha una funzione molto diversa dalla prima: la musica aiuta l’adolescente a sviluppare la comprensione dei propri stati interni, a starci dentro senza giudizio e con un atteggiamento aperto e focalizzato sul momento presente. È probabile che queste due funzioni della musica (quella di evitamento e quella di accettazione) non siano così nettamente distinte o consapevoli, ma che si mescolino e che prevalga a volte l’una, a volte l’altra. Entrambe queste funzioni della musica non hanno di per sé nulla di male: sentirsi stanchi e voler “evitare” di sentire la spiacevole sensazione di pesantezza legata alla fatica per finire i compiti non è un atteggiamento negativo, come non è negativo “deprimersi” ascoltando musica triste dopo che si è stati lasciati dal proprio ragazzo. La funzione di evitamento può però diventare disadattiva quando diviene l’unico modo per gestire un proprio vissuto interno: se la sola possibilità per fare i compiti è ascoltare musica e se ogni volta che sperimenta stanchezza l’adolescente “deve” tirarsi su, “deve” essere performante (“altrimenti non ce la farà”), allora le possibilità per quel ragazzo di sperimentare, vivere e adattarsi in un ventaglio completo di situazioni ed emozioni si riduce.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/perche-gli-adolescenti-ascoltano-musica/">Perché gli adolescenti ascoltano musica?</a> proviene da <a href="https://www.corsiecmbenessere.it">Corsi ECM Benessere</a>.</p>
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		<item>
		<title>Cos&#8217;è una emozione?</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/cose-una-emozione-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 09:08:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La psicologia delle emozioni è nata con William James che nel 1884 pubblicò l’articolo “<i>What is an emotion?</i>” in una rivista di filosofia chiamata <i>Mind. </i>In questo articolo l’autore si chiedeva cosa fosse un’emozione e da cosa avesse origine. La sua tesi era che l’emozione viene sperimentata solo in seguito alla percezione cosciente delle modificazioni comportamentali e fisiologiche che avvengono nel nostro corpo in seguito ad un particolare evento. Così se noi vediamo un orso ne abbiamo paura nel momento in cui ci accorgiamo della nostra aumentata frequenza cardiaca, della nostra aumentata sudorazione e del fatto che stiamo scappando da esso (James, 1884).</p>
<p>Nel corso degli anni diversi ricercatori si sono posti lo stesso quesito di James (1884) e hanno dimostrato che la sua tesi era sbagliata (Cannon, 1929). L’importanza di questo autore rimane comunque invariata per aver sollevato il problema problema di cosa fosse un’emozione.</p>
<p>Gli studi di neuroscienze (Damasio, 1999, 2003; LeDoux, 1996; Porges, 2011), hanno messo in luce che <strong>le emozioni sono componenti adattive del funzionamento umano</strong> e non sono secondarie alla razionalità o alla cognizione. Come molti ricercatori sulle emozioni hanno sottolineato, le risposte emotive si sono conservate nell&#8217;evoluzione perché <strong>sono adattive</strong> (Izard, 1991; Tomkins, 1963) <strong>e forniscono una valutazione immediata del grado in cui gli obiettivi o i bisogni sono stati soddisfatti nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente</strong> (Frijda , 1986). <strong>Esse, inoltre, preparano l&#8217;organismo dal punto di vista fisiologico, comportamentale e cognitivo per permettergli di adeguarsi alle circostanze</strong>.</p>
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