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	<title>Comunicazione ed emozioni Archivi - Corsi ECM Benessere</title>
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	<description>Corsi con crediti ECM a Padova</description>
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		<title>Gestione dei conflitti: 3 consigli per comunicare in modo efficace</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/gestione-dei-conflitti-3-consigli-comunicare-modo-efficace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 May 2017 11:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[burnout]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[formazione ecm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La gestione dei conflitti è un tema importante in tutti gli ambienti lavorativi. Ciò che spesso può fare la differenza e aiutare i professionisti a gestire i conflitti in modo efficace,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La gestione dei conflitti è un tema importante in tutti gli ambienti lavorativi.</strong> Ciò che spesso può fare la differenza e aiutare i professionisti a gestire i conflitti in modo efficace, riducendo stress e burnout, è la <strong>comunicazione e l&#8217;intelligenza emotiva</strong>. In qualità di psicoterapeuta, interessata alla prevenzione e alla comunicazione, ho trovato interessanti questi<em> due articoli sulla comunicazione efficace e lo stress negli infermieri</em>.</p>
<h3><em>1- Stress da lavoro, in Sanità perse 30 milioni di giornate per malattia</em>, tratto da IPASVI</h3>
<p>Parla delle variabili che incidono maggiormente sullo stress lavoro correlato e sulla resilienza (capacità di gestire lo stress), mettendo in luce come lo stress ha un costo alto per l’azienda e per le persone. <strong>Tra le variabili per gestire lo stress risultano importanti quelle relazionali: ruolo, chiarezza, organizzazione, condivisione tra colleghi</strong>. L’articolo si conclude con una rassegna di strategie per la prevenzione. Leggi l’articolo: <a href="http://bit.ly/ipasvi-costi-stress">http://bit.ly/ipasvi-costi-stress</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_959" style="width: 540px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/tired.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-959" class="size-full wp-image-959" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/tired.jpg" alt="http://bit.ly/infermieri-stress-immagine" width="530" height="339" /></a><p id="caption-attachment-959" class="wp-caption-text">http://bit.ly/infermieri-stress-immagine</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>2. Infermieri oggi…tra stress, conflitti e gestione delle emozioni </em>tratto da Infermieristicamente</h3>
<p>Parla di burnout e sovraccarico lavorativo che talvolta si manifestano in <strong>conflitti interni e difficoltà comunicative</strong>. L’articolo pone l’accento su come intervenire su un piano organizzativo e comunicativo per attingere alle <strong>risorse</strong> e mantenere la motivazione lavorativa.</p>
<p>Leggi l’articolo: <span style="text-decoration: underline; color: #0000ff;">http://bit.ly/comunicazione-azienda</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riassumendo, <strong>saper comunicare tra colleghi aiuta a gestire lo stress e a vivere meglio</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Cosa puoi iniziare a fare domani per comunicare in modo efficace nell’ambiente di lavoro?</h3>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>
<h4><span style="color: #008000;"><strong>RESPIRA</strong>: quando stai affrontando una relazione difficile, fai un respiro profondo e connettiti con te stesso prima di reagire.</span></h4>
</li>
<li>
<h4><span style="color: #008000;"><strong>DI COME TI SENTI</strong>: non accusare l’altro “in toto”, digli che il suo comportamento ti fa sentire solo, infastidito, non compreso.</span></h4>
</li>
<li>
<h4><span style="color: #008000;"><strong>SII PROPOSITIVO</strong>: suggerisci un comportamento diverso, nuovo e fattibile.</span></h4>
</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inizia oggi a comunicare in modo efficace: spesso i conflitti nascono dall’incomprensione e portano grande dolore. <strong>Pianta i primi semini della comunicazione efficace nella tua azienda!</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Forse potrebbe interessarti il corso ECM <a href="http://bit.ly/2pmI3fL">&#8220;Gestire i conflitti: la comunicazione assertiva&#8221;</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>Il Superpotere delle emozioni</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/superpotere-emozioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 08:34:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[funzione delle emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le emozioni possono essere paragonate a dei superpoteri che ci “trasformano” quando succede qualcosa di importante e rilevante. Le emozioni in questo modo ci rendono più adattati all’ambiente (fisico e<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le emozioni possono essere paragonate a dei superpoteri che ci “trasformano” quando succede qualcosa di importante e rilevante.</em> Le emozioni in questo modo ci rendono più adattati all’ambiente (fisico e sociale): senza di esse probabilmente ci saremmo estinti nella savana.</p>
<p>Ma quali sono i superpoteri delle emozioni e a cosa servono?</p>
<h2></h2>
<h2><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/hulk.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-1012 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/hulk-250x300.jpg" alt="hulk-rabbia" width="250" height="300" /></a>RABBIA</h2>
<p><strong>Il superpotere della Rabbia è renderci più forti quando ci sentiamo deboli e bloccati,</strong> un po’ come Hulk. Quando incontriamo un ostacolo a cui non riusciamo a far fronte con le risorse “normali”, si accende Rabbia e con essa diventa più probabile che riusciamo ad oltrepassarlo. Come fa Rabbia a renderci più forte? <em>Aumenta la nostra pressione sanguigna, sposta il sangue su testa e braccia, ci dà un impulso automatico “CONTRO” l’ostacolo da rimuovere</em>. Se l’ostacolo è il distributore dell’acqua che non fa uscire la nostra bottiglietta, scaglieremo un pugno contro di esso; se l’ostacolo è il nostro capo, inizieremo ad architettare una serie di idee (che ci sembreranno geniali ma è probabile che non lo siano) per sfidarlo in un gioco di forza e di potere.</p>
<h2><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/The-Flash-paura.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-1013 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/The-Flash-paura-300x169.jpg" alt="The-Flash-paura" width="300" height="169" /></a></h2>
<h2>PAURA</h2>
<p><strong>Il superpotere della Paura è la fuga o l’invisibilità</strong>, potremmo paragonarla a Flash o all’Uomo Invisibile. Significa che quando la nostra vita è messa in pericolo, Paura si attiva e sposta il nostro sangue alle gambe, per farci scappare il più velocemente possibile, o ci immobilizza, per non essere visti (dai nostri ancestrali e feroci predatori) attraverso il movimento. La Paura talvolta è attivata da dei pensieri sul futuro o sul passato e questo rende il tutto un po’ più complicato perché i suoi superpoteri, non essendo usufruibili nel momento presente, creano uno stress inutile (blocca la digestione, ci annebbia la razionalità, mette in circolo cortisolo).</p>
<p><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/dissennatori-tristezza.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-1014 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/dissennatori-tristezza-300x300.jpg" alt="dissennatori - tristezza" width="300" height="300" /></a></p>
<h2>TRISTEZZA</h2>
<p>Tristezza ha un superpotere davvero insolito e forse poco intuitivo in una società dove il “super” viene associato alla forza e alla grandiosità. <strong>Tristezza, infatti, ha il potere di toglierci tutti i nostri poteri, di farci sentire stanchi, pesanti, totalmente disarmati.</strong> Tristezza può essere paragonata ai Dissennatori in Harry Potter, delle entità che garantiscono che i prigionieri non scappino dalla prigione di Azkaban. Perché questo è un superpotere? Perché quando una direzione non è possibile rischiamo di continuare a sprecare energie nel percorrerla. Tristezza ci viene allora in aiuto per fermarci e ci sostiene a dire “Basta, è finita”. Questo avviene soprattutto quando perdiamo qualcosa di importante: inizialmente non accettiamo la perdita, ci chiediamo il perché della perdita o ci autocolpevolizziamo – talvolta continuiamo a lottare ad oltranza per riavere ciò che abbiamo perso. Quando, ad un certo punto, arriva Tristezza, si spegne ogni pensiero e ogni impulso a fare qualsiasi cosa: questo <em>ci permette di recuperare energie e scegliere di investirle in una nuova direzione</em>. Tristezza ha anche un’altra grande risorsa: <strong>innesca negli individui della nostra specie un sentimento di cura verso di noi</strong>, per cui possiamo essere protetti e sostenuti nella nostra vulnerabilità.</p>
<p><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/poppy-gioia.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-1015 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/poppy-gioia-300x300.png" alt="poppy-gioia" width="300" height="300" /></a></p>
<h2>GIOIA</h2>
<p><strong>La Gioia è piacevole, ci fa sentire dei supereroi!</strong> Questo la rende desiderabile, ma anche pericolosa. Pensiamo che la Gioia dovrebbe essere sempre presente nella nostra vita, ma Gioia è solo quel momento finale, dopo la tempesta, in cui vediamo di nuovo l’orizzonte e ci concediamo di abbassare la guardia. Dopo aver avuto fame e aver mangiato, arriva Gioia. Dopo aver sofferto la mancanza di qualcuno ed è finalmente davanti a noi, arriva Gioia. Dopo una settimana d’ansia per un esame e l’averlo superato con successo, arriva Gioia. Gioia può essere paragonata alla principessa Poppy del film Trolls: Poppy è sempre felice, balla, abbraccia tutti, canta, non si scoraggia mai. Purtroppo Gioia può diventare <em>pericolosa perché ci fa abbassare la guardia</em>: è quando siamo euforici che rischiamo di commettere le più grandi scemenze della nostra vita. Nel cartone Trolls è proprio la principessa Poppy che, attraverso una festa megagalattica e un ottimismo irrealistico, espone se stessa e tutti gli altri ai loro nemici più temuti (i Bergen). Inoltre, la piacevolezza di <em>Gioia può “drogarci”</em> nel vero senso della parola, desideriamo così tanto provare quel senso di benessere e di piacevolezza che le <em>droghe, l’alcool, il sesso, il potere e l&#8217;abuso degli altri diventano dei modi “facili” per attivarla.</em> Ma questi modi facili sono vuoti e hanno delle conseguenze devastanti sulla nostra vita: ne perdiamo il senso, la direzione, ci perdiamo.</p>
<h2><a href="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/disprezzo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-1016 aligncenter" src="http://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2017/05/disprezzo-300x225.jpg" alt="disprezzo" width="300" height="225" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2>DISGUSTO/DISPREZZO</h2>
<p><strong>Il Disgusto ci garantisce di non morire avvelenati</strong>: le puzze, i sapori “disgustosi”, le percezioni viscide sulla nostra pelle sono sensazioni tracciate dentro di noi per tenerci alla larga da ciò che può essere infetto. Il superpotere del disgusto è fornirci un innato database basato sui 5 sensi di tutto ciò che può contaminarci. Quando l’oggetto del disgusto non sono gli oggetti fisici, ma le persone, il disgusto diventa <em>Disprezzo</em>. Così alcune persone sono viste come potenzialmente “tossiche”: frequentarle è rischioso quanto bere dell’acqua di fogna. Nelle piccole tribù preistoriche, individuare gli individui potenzialmente pericolosi era importante per lo sviluppo e la sussistenza del gruppo. Un individuo “anomalo” e non collaborante avrebbe potuto richiamare nemici o predatori, mettendo tutti in pericolo. Il disprezzo era utile per non provare pena per lui e isolarlo, allontanarlo o ucciderlo.</p>
<p>Il database per la selezione delle persone tossiche non è però preciso quanto quello del disgusto basato sui 5 sensi. <strong>Il database del disprezzo è basato sul linguaggio e sui giudizi e questo lo rende altamente impreciso</strong>. È facile giudicare una persona come “inaffidabile” perché in ritardo ad un appuntamento, o “egoista” perché ci nega una richiesta. Il Disprezzo però, fratello del Disgusto, quando si innesca avrà un solo obiettivo: farci allontanare dalla persona “tossica”, isolandola, uccidendola o evitandola. <em>I giudizi sono molto pericolosi e sono alla base di genocidi, omicidi, bullismo, violenze di ogni genere.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articoli correlati</em></p>
<p>http://www.corsiecmbenessere.it/aggiornamenti/lavorare-psicoterapia-le-emozioni-cambiamento/</p>
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		<item>
		<title>Emozioni: quali sono?</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-ed-emozioni/emozioni-quali-sono/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 07:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza emotiva, infanzia e adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scienza della psicologia ancora non è riuscita a fare un elenco definitivo di quali sono le emozioni. Tuttavia, una grande varietà di studi su questo tema può essere riassunta<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-ed-emozioni/emozioni-quali-sono/">Emozioni: quali sono?</a> proviene da <a href="https://www.corsiecmbenessere.it">Corsi ECM Benessere</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La scienza della psicologia ancora non è riuscita a fare un elenco definitivo di quali sono le emozioni. Tuttavia, una grande varietà di studi su questo tema può essere riassunta in <strong>tre modi di descrivere le emozioni</strong>: <strong>l’approccio categoriale, quello dimensionale, quello prototipico</strong>.</p>
<h2>L&#8217;approccio categoriale &#8211; Inside OUT</h2>
<p>Il primo, l’approccio categoriale, è alla base del film <em>Inside Out</em> della Pixar del 2015 e si basa sui concetti di emozioni di base e di emozioni complesse (Ekman, 1992; Izard, 1991; Oatley, 1992; Plutchik, 1994).</p>
<p><strong>Le emozioni di base, o primarie</strong> <strong>hanno una determinata funzione di sopravvivenza per l’individuo</strong>, sono riscontrabili in tutte le culture, appaiono presto nello sviluppo, sono associate a particolari pattern di modificazioni fisiologiche, possono essere distinte nei primati e sono contraddistinte da particolari espressioni facciali. <strong>Le emozioni secondarie o complesse, invece, sono una mescolanza di quelle di base</strong> (Plutchik, 1994) e derivano da particolari elaborazioni cognitive delle prime (Oatley, 1992).</p>
<p>Un punto critico dell’approccio categoriale è che ogni studioso che ha cercato di individuare le emozioni di base ha proposto un suo elenco, diverso da quello di tutti gli altri. Nonostante ciò, diversi studiosi delle emozioni citano almeno <strong>cinque emozioni di base: la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto, le stesse scelte come protagoniste in <em>Inside Out. </em></strong>Una curiosità a questo proposito è che la Pixar per creare i personaggi delle emozioni ha chiesto la supervisione di Ekman e di Keltner, due dei maggiori studiosi a livello mondiale delle emozioni. In <em>Inside Out </em>ogni dettaglio ha una base nella psicologia: rimanendo nel tema delle emozioni di base e complesse, quando Gioia e Tristezza insieme prendono il controllo della console e creano un vissuto di tenerezza (metà giallo e metà blu), si fa riferimento alla teoria delle emozioni complesse di Plutchik del 1994.</p>
<p><a href="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/inside-out-approccio-categoriale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1781" src="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/inside-out-approccio-categoriale-1024x341.jpg" alt="emozioni inside out - approccio categoriale" width="1024" height="341" /></a></p>
<h2>L&#8217;approccio dimensionale &#8211; Big Hero 6</h2>
<p>L’approccio dimensionale, invece, cerca di identificare le emozioni sulla base di un piccolo numero di dimensioni, o <strong>caratteristiche, come la valenza, l’attivazione e la potenza</strong> (Spencer, 1890; Wundt, 1897; Woodworth, 1938; Schlosberg, 1941).  Il pioniere da cui ha avuto inizio gran parte della ricerca che ha utilizzato questo tipo di approccio è stato Russell (1980) che ha introdotto il modello circomplesso. Secondo l’autore le emozioni definite dal linguaggio possono essere disposte su uno spazio definibile da tre dimensioni che sono la piacevolezza, l’arousal (termine col quale si intende l’attivazione fisiologica di un individuo) e la combinazione di piacevolezza ed arousal. Il modello di Russell (1980) mette in luce due importanti caratteristiche delle emozioni. La prima è che queste variano nel loro grado di similarità e la seconda è che alcune emozioni possono essere considerate come bipolari (ad esempio felice, triste). Gli approcci dimensionali sono stati utilizzati nella ricerca per evidenziare le modificazioni graduali delle emozioni presenti, ad esempio, durante l’ascolto di un brano musicale. <strong>Questo approccio è utile per insegnare a notare e a descrivere l’intensità dell’emozione provata.</strong> Un altro film d’animazione della Pixar, <strong><em>Big Hero 6</em> del 2014, fa riferimento all’approccio dimensionale nel momento in cui Baymax, il robot bianco che fa da assistente sanitario al protagonista Hero, chiede l’intensità del dolore percepito in una scala da 1 a 10</strong>.</p>
<p><a href="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/baymax-approccio-dimensionale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1780" src="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/baymax-approccio-dimensionale-1024x429.jpg" alt="emozioni baymax approccio dimensionale" width="1024" height="429" /></a></p>
<h2>L&#8217;approccio prototipico</h2>
<p>Il terzo approccio è chiamato prototipico ed è basato sull’idea che il <strong>linguaggio mostra come le persone concettualizzano e categorizzano le informazioni</strong>, teoria proposta da Rosch nel 1978. Un concetto prototipico è un’immagine astratta che combina le caratteristiche più rappresentative di una categoria e serve come punto di riferimento cognitivo rispetto al quale gli altri elementi vengono categorizzati. Ad esempio il pastore tedesco è più vicino all’immagine prototipica di cane rispetto ad un bassotto. Così nell’approccio prototipico esistono emozioni come la gioia o la tristezza più rappresentative della categoria delle emozioni, rispetto ad altre, come la gelosia. <strong>L’approccio prototipico è un compromesso tra l’approccio dimensionale e quello categoriale.</strong> Un esempio di struttura prototipica delle emozioni è mostrata nella figura 2 (Shaver, 1987).</p>
<p>La dimensione verticale della struttura mette in luce l’organizzazione gerarchica delle categorie. Il livello più generale è quello superordinato e definisce la valenza positiva o negativa delle categorie subordinate ad esso. Il livello medio è quello prototipico nel quale sono presenti le emozioni più rappresentative, e alla fine c’è il livello subordinato che contiene le emozioni legate ad un particolare prototipo. La dimensione orizzontale mette invece in luce le relazioni esistenti tra i membri della stessa categoria prototipica (Shaver e altri, 1987).</p>
<p>Anche questo modello è utile nella psicologia clinica: <strong>insegnare a descrivere con termini di livello gerarchicamente sempre più basso e accurato le diverse emozioni sarebbe alla base della capacità di rappresentare i propri stati interni e poterli guardare con maggiore distanza, per non esserne sopraffatti</strong> (Vedi esercizio Etichettare le emozioni di Germer, 2009). Il training rivolto a questo scopo insegna al paziente a etichettare inizialmente il proprio stato interno con una emozione prototipica come “rabbia“, poi lo invita a distinguere le diverse sfumature della rabbia, come il fastidio, l’ira, l’ostilità e così via. <strong>Questo processo linguistico promuove lo sviluppo della consapevolezza, intesa come capacità di integrare tra loro più informazioni provenienti da canali sensoriali diversi e metterle in relazione con informazioni contestuali di tipo temporale, gerarchico, causale, ecc</strong>.</p>
<p><strong>Un’altra attenzione linguistica utile quando si lavora con le emozioni è non etichettarle come buone e cattive o positive e negative, per non sviluppare la falsa credenza che sperimentare alcune emozioni sia “male“ e che di conseguenza siano da evitare.</strong> Le emozioni, invece, per definizione sono tutte adattive e di conseguenza utili per la sopravvivenza (nell’ambiente fisico e sociale). Alla base di molti disagi psicologici c’è la seguente catena di derivazioni logiche: “X è un’emozione negativa, chi prova X non è OK, io provo X quindi non sono OK, per essere OK non devo provare X“ (Ciarrochi, 2014). Per interrompere questa catena “logica“ ed estremamente dannosa, è importante validare l’emozione provata, qualunque essa sia, descrivendola e dandole un nome.</p>
<p><a href="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/emozioni-positive-negative-vs-piacevoli-spiacevoli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-1782" src="https://www.corsiecmbenessere.it/wp-content/uploads/2018/01/emozioni-positive-negative-vs-piacevoli-spiacevoli-1024x701.jpg" alt="emozioni positive negative vs piacevoli spiacevoli" width="1024" height="701" /></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cos&#8217;è una emozione?</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/cose-una-emozione-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 09:08:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La psicologia delle emozioni è nata con William James che nel 1884 pubblicò l’articolo “What is an emotion?” in una rivista di filosofia chiamata Mind. In questo articolo l’autore si chiedeva cosa<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La psicologia delle emozioni è nata con William James che nel 1884 pubblicò l’articolo “<i>What is an emotion?</i>” in una rivista di filosofia chiamata <i>Mind. </i>In questo articolo l’autore si chiedeva cosa fosse un’emozione e da cosa avesse origine. La sua tesi era che l’emozione viene sperimentata solo in seguito alla percezione cosciente delle modificazioni comportamentali e fisiologiche che avvengono nel nostro corpo in seguito ad un particolare evento. Così se noi vediamo un orso ne abbiamo paura nel momento in cui ci accorgiamo della nostra aumentata frequenza cardiaca, della nostra aumentata sudorazione e del fatto che stiamo scappando da esso (James, 1884).</p>
<p>Nel corso degli anni diversi ricercatori si sono posti lo stesso quesito di James (1884) e hanno dimostrato che la sua tesi era sbagliata (Cannon, 1929). L’importanza di questo autore rimane comunque invariata per aver sollevato il problema problema di cosa fosse un’emozione.</p>
<p>Gli studi di neuroscienze (Damasio, 1999, 2003; LeDoux, 1996; Porges, 2011), hanno messo in luce che <strong>le emozioni sono componenti adattive del funzionamento umano</strong> e non sono secondarie alla razionalità o alla cognizione. Come molti ricercatori sulle emozioni hanno sottolineato, le risposte emotive si sono conservate nell&#8217;evoluzione perché <strong>sono adattive</strong> (Izard, 1991; Tomkins, 1963) <strong>e forniscono una valutazione immediata del grado in cui gli obiettivi o i bisogni sono stati soddisfatti nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente</strong> (Frijda , 1986). <strong>Esse, inoltre, preparano l&#8217;organismo dal punto di vista fisiologico, comportamentale e cognitivo per permettergli di adeguarsi alle circostanze</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Il contatto fisico e la comunicazione delle emozioni</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/contatto-fisico-la-comunicazione-delle-emozioni-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 09:17:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione non verbale]]></category>
		<category><![CDATA[contatto fisico]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[tocco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tatto è stato descritto come il mezzo fondamentale attraverso il quale entriamo in contatto con il mondo (Barnett, 1972) e allo stesso tempo come il sistema sensoriale più semplice<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il tatto è stato descritto come il mezzo fondamentale attraverso il quale entriamo in contatto con il mondo (Barnett, 1972) e allo stesso tempo come il sistema sensoriale più semplice e lineare (Geldard, 1960).</p>
<p>Il contatto fisico è di vitale importanza in diversi ambiti della vita sociale, cognitiva e fisica e nello sviluppo del bambino e del neonato (Field, 2001). Il Contatto fisico continua poi a giocare un ruolo fondamentale nell’adulto nelle relazioni affettive e amorose, nella dimostrazione della propria forza, nel calmare, giocare e mantenere la vicinanza tra bambino e chi se ne prende cura (Eibl-Eibesfeldt).</p>
<p>Nonostante l’importanza del contatto fisico in numerosi ambiti centrali della vita sociale, il suo ruolo nella comunicazione delle emozioni ha ricevuto poca attenzione nel campo della scienza, argomento approfondito nell’ultimo decennio da Hertenstein.</p>
<p>Nel 2006, quest’ultimo e dei colleghi hanno documentato come persone che non si conoscono e appartenenti a nazioni diverse (Stati Uniti e Spagna) possono accuratamente decodificare emozioni distinte attraverso il contatto fisico. In questo studio, due sconosciuti interagivano in una stanza dove erano separati da una barriera. Non potevano vedersi ma potevano raggiungere l’altro attraverso un buco nella barriera. Una delle due veniva istruita su che emozione tra 12 trasmettere all’altro, poi lo toccava raggiungendolo attraverso il buco. Dopo essere stata toccata, la seconda persona sceglieva quale emozione pensava l’altro avesse voluto comunicargli.</p>
<p>I risultati mostrano che  i partecipanti avevano decodificato correttamente rabbia, paura, disgusto, amore, gratitudine e simpatia, ma sbagliavano nel riconoscimento di felicità, sorpresa, tristezza, imbarazzo, invidia e orgoglio. L’accuratezza dei punteggi varia dal 48% all’83% per le emozioni codificate correttamente. Inoltre nello studio è emerso che diversi comportamenti assumono specifici significati emotivi sulla base delle loro caratteristiche. Ad esempio, la simpatia è associata a carezze e picchiettamento, la rabbia con colpi e movimenti di strizzamento, il disgusto con movimenti di spinta, la paura con un tocco tremolante.</p>
<p>I limite dello studio riguardano principalmente la sua validità ecologica: normalmente le persone non si toccano solo sul braccio, ma liberamente su tutte le parti del corpo socialmente consentite.</p>
<p>Hertenstein ha di conseguenza replicato lo studio nel 2009, consentendo a chi eseguiva il tocco (ENCODER) di toccare l’altro su tutto il corpo.</p>
<p>I partecipanti reclutati per lo studio erano 248 persone, tra i 18 e i 36 anni. Le coppie e il ruolo erano formate casualmente.</p>
<p>L’encoder entrava nella stanza del laboratorio dove trovava il decodificatore bendato. I due non potevano parlarsi o emettere alcun suono. Venivano mostrate all’encoder 8 parole di emozioni scritte ciascuna su un foglio, una dopo l’altra in ordine casuale. L’encoder dopo aver visto la parola, pensava come toccare l’altro per comunicargli l’emozione che aveva visto, poi si avvicinava all’altro e lo toccava, cercando di comunicargli l’emozione che aveva letto. Questo contatto veniva filmato. Dopo l’interazione tattile, che era stato contatto sceglieva su una lista di termini pre-definita, quale meglio descriveva ciò che la persona gli aveva comunicato. La lista di termini conteneva le seguenti parole: <i>anger, disgust, fear, happiness, sadness, sympathy, love, gratitude </i>e <i>nessuno di questi termini è corretto</i>.</p>
<p>I filmati erano poi codificati da un assistente che non sapeva l’emozione che si stava cercando di comunicare. I diversi tipi di tocco codificati erano strizzare, accarezzare, strofinare, spingere, tirare, premere, dare colpetti, scuotere, pizzicare, tremolare, dare un pugno, colpire, graffiare, massaggiare, solleticare, dare uno schiaffo, sollevare, prendere, scuotere, incrociare le dita, dondolare, abbracciare. Ogni secondo veniva codificato nella sua intensità: a) assenza di contatto, b) intensità leggera, c) intensità moderata, d) forte intensità. Inoltre, veniva calcolata la durata del contatto fisico per ogni emozione. Infine, era codificata l’area del corpo dove avveniva il contatto.</p>
<p>Lo studio di Hertenstein conferma che il contatto fisico può comunicare diverse emozioni, almeno 8: rabbia, paura, felicità, tristezza, disgusto, amore, gratitudine, simpatia. Inoltre, ogni emozione è associata a un determinato comportamento di interazione tattile.</p>
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		<title>La voce influenza le emozioni di chi ascolta: evidenze scientifiche</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-ed-emozioni/la-voce-influenza-le-emozioni-di-chi-ascolta-evidenze-scientifiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 15:58:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tono della voce è considerato uno dei canali di comunicazione non verbali utilizzati dagli esseri umani accanto ai gesti, al movimento del corpo e all&#8217;espressione facciale. Le diverse qualità<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il tono della voce è</strong> considerato <strong>uno dei canali di comunicazione non verbali utilizzati dagli esseri umani</strong> accanto ai gesti, al movimento del corpo e all&#8217;espressione facciale. <strong>Le diverse qualità della voce umana come il tono, il volume, il ritmo, la velocità e l’intensità influenzano l&#8217;interazione umana fin dall&#8217;inizio della vita</strong> (Altmann, 2001; Malloch, 1999; Papousek, 2007; Stern, 1991; Trevarthen, 2002).</p>
<p>La ricerca di base sulle emozioni ha evidenziato il legame tra le diverse qualità vocali e il riconoscimento delle emozioni, sebbene non sia possibile mostrare un&#8217;associazione unica tra una qualità vocale e un&#8217;emozione specifica (Gobl &amp; Ni Chasaide, 2002; Johnson et al., 1980; Bänzinger &amp; Scherer, 2005). Ad esempio, in una ricerca clinica si è riscontrato che un gruppo di pazienti con anoressia nervosa non riesce a distinguere le emozioni ascoltando toni di voce diversi (Kucharska-Pietura et al., 2003).</p>
<p>Esiste anche un&#8217;importante <strong>correlazione tra tono vocale ed esito del trattamento nella relazione medico-paziente e nella relazione infermiere-paziente: maggiore è la percezione di una voce di supporto, maggiore è la soddisfazione del paziente rispetto al trattamento, la percezione del controllo su di esso e l&#8217;aderenza alla terapia farmacologica</strong> (Hall et al., 1996; Haskard et al., 2008; Rosenthal, Blanck &amp; Vannicelli, 1984).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Il tono di voce quanto è importante in psicoterapia?</h2>
<p>In psicoterapia si è scoperto che terapeuti e pazienti sono consapevoli di molti aspetti del tono della propria voce e di quella dell&#8217;altro (Bauer, S. 2010).</p>
<p>I <strong>terapeuti</strong> ne hanno sottolineato gli aspetti diagnostici, ad es. evidenziando le caratteristiche del tono di voce depresso (lento e basso) e l&#8217;effetto di questo tono su se stessi (frustrazione e noia). Hanno anche descritto in modo molto dettagliato l&#8217;uso del tono della voce come strumento, evidenziando le intenzioni terapeutiche come stimolazione, e mezzo di regolazione del corso di una seduta, utilizzando diversi toni di voce.</p>
<p>I <strong>pazienti</strong> hanno sottolineato l&#8217;effetto che la voce dei loro terapeuti ha su di loro (sentirsi riconosciuti,  provare vergogna, sentirsi tristi, stimolati, motivati) e il tono della voce che preferiscono (caldo, solidale, autentico, calmo, profondo ma anche fermo e grave). A loro non piace il tono della voce aggressivo, acuto o troppo lento o uno privo di emozioni e freddo perchè è come se i terapeuti non si preoccupassero davvero di loro. Un tono di voce troppo dolce li rende  nervosi e persino aggressivi.  I risultati questo  studio mostrano che il tono della voce è un importante elemento di comunicazione non verbale, di cui le persone sono consapevoli nel contatto con gli altri. I pazienti hanno dimostrato di essere molto attenti al tono della voce dei loro terapeuti. Erano in grado di descrivere i loro modi di regolare e reagire attraverso il tono della voce, nonché i modi dei loro terapeuti di farlo. I pazienti erano consapevoli  della rilevanza del tono della voce in psicoterapia.</p>
<h2>Ma perché la voce influenza le emozioni di chi ascolta?</h2>
<p>Secondo la teoria Polivagale di <strong>Porges</strong>, oltre al sistema attacco-fuga mediato dalla componente simpatica e da una prima componente parasimpatica che regola le risposte dell’immobilizzazione (ovvero il fingersi morti) del sistema nervoso autonomo di fronte ad un pericolo, <strong>esisterebbe una seconda componente mediata dal parasimpatico; questa componente controlla la parte alta del corpo tramite connessioni del nervo vago, in particolare, attraverso il sistema uditivo, la laringe e i muscoli facciali, stimola la comunicazione sociale, quindi anche le richieste di aiuto, di fronte ad una potenziale minaccia. Questo circuito viene chiamato sistema di ingaggio sociale.  </strong></p>
<p>Secondo la teoria polivagale la voce influenza le emozioni dell’ascoltatore per motivi ben precisi. L’evoluzione dell’orecchio medio nei mammiferi, e in particolare nell’uomo, consente di estrapolare la voce umana dai rumori di sottofondo e attraverso complessi meccanismi di neurocezione l’individuo mette in atto i sistemi di difesa se percepisce una voce sconosciuta, non calma o che manca di prosodia, in quanto questo è collegato con la percezione che l’altro non sia una persona empatica e quindi non in grado di offrire cura e sicurezza. Inoltre, queste voci producono noia e mancanza di attenzione. Al contrario <strong>una voce calma induce sicurezza e attiva il nervo vago producendo uno stato di rilassamento e sicurezza nell’ascoltatore.</strong> Un esempio chiaro di come questo funzioni lo si può osservare nella relazione mamma-bambino, dove non è il contenuto ma la qualità vocale della madre che fa ritornare il suo piccolo alla serenità. L’urlo e il pianto del bambino hanno lo scopo di attirare l’aiuto degli altri, in particolare dei caregiver e ciò funziona anche nell’adulto con un dispendio energetico inferiore a quello della fuga o dell’attacco.</p>
<p><strong>Si può pertanto concludere che il modo in cui parliamo agli altri è ben più importante di ciò che diciamo, e in ambito medico-sanitario, ciò può aiutarci ad esprimere gentilezza, sostegno e accoglienza in tutte le comunicazioni che diamo ai nostri pazienti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Francesca Galvani</p>
<p><em>Psicologa Psicoterapeuta,  esperta in Cantoterapia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Bauer, Susanne (2010). “Do You Like Your Therapist´s Voice?”: The Relevance of Voice Tone in Psychotherapy. <em>Voices Resources</em>. Retrieved January 08, 2015, from http://testvoices.uib.no/community/?q=colbauer080310</p>
<p>Papoušek, M. (2007). Communication in early infancy: An arena of intersubjective learning. <em>Infant Behavior &amp; Development</em>, 30, 258–266.</p>
<p>Porges, S.W. (2014). <em>La teoria Polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione</em>. Giovanni Fioriti Editore. Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vuoi imparare ad usare la tua voce in modo più efficace? Scopri il corso <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/corsi-ecm/comunicazione-e-relazione/la-voce-nelle-relazioni-cura/">La voce nelle relazioni di cura</a></p>
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		<title>L’evoluzione del concetto di assertività: gli apporti di Wolpe e Lazarus</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-ed-emozioni/levoluzione-del-concetto-di-assertivita-gli-apporti-di-wolpe-e-lazarus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Mar 2024 13:56:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un po’ di comportamentismo! Un’abitudine è una risposta comportamentale automatica ad uno stimolo, e si sviluppa tramite la ripetizione di un comportamento in situazioni tra loro simili. Tendenzialmente, un’abitudine si<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un po’ di comportamentismo!</h2>
<p>Un’<strong>abitudine</strong> è una risposta comportamentale automatica ad uno stimolo, e si sviluppa tramite la ripetizione di un comportamento in situazioni tra loro simili. Tendenzialmente, un’abitudine si estingue nel momento in cui le sue conseguenze non sono adattive, ovvero quando non soddisfa i bisogni della persona né le evita dolore o fatica.</p>
<p>Anche le abitudini definite “nevrotiche” hanno una loro funzione: secondo il recente<strong> Power Threat Meaning Framework (PTMF, 2018),</strong> le risposte alla minaccia sono da considerare di per sé adattive per il determinato contesto o memento di vita; esse possono però divenire patologiche se utilizzate eccessivamente. Per un approfondimento: <a href="https://www.psicoterapiafunzionale.it/2024/01/il-power-threat-meaning-framework-ptmf-un-nuovo-modello-per-la-descrizione-del-dolore-emotivo/">clicca qui</a>. La <strong>terapia comportamentale </strong>si pone l’obiettivo di applicare alcuni principi dell’apprendimento, stabiliti sperimentalmente, per andare oltre queste abitudini considerate indesiderate. Per il concetto di “apprendimento” si è adottata la definizione di<strong> Wolpe </strong>(1952): “Si può dire che l&#8217;apprendimento è avvenuto se una risposta è stata evocata in contiguità temporale con uno stimolo sensoriale dato, e successivamente si scopre che lo stimolo può evocare la risposta anche se prima non avrebbe potuto farlo […]”.</p>
<h2>In cosa consiste il principio di inibizione reciproca?</h2>
<p>Wolpe, analizzando le varie operazioni di <strong>condizionamento</strong>, prende in considerazione l’ansia, un elemento centrale delle reazioni considerate nevrotiche, e nota come questa nasca da livelli primitivi neurali. Per questo motivo, per far estinguere l’ansia, non sarà sufficiente utilizzare solamente un’azione di tipo intellettuale. Secondo quello che è stato denominato dallo stesso Wolpe “<strong>principio di inibizione reciproca</strong>”, una risposta inibitoria dell’ansia che si verifica in presenza di stimoli che la evocano, può indebolire il legame tra questi stimoli e l’ansia. Questo principio entra in gioco anche per superare risposte diverse dall’ansia. Lo studioso ha dimostrato questo concetto tramite alcuni esperimenti sui gatti: questi ultimi venivano esposti ad una forte scossa, accompagnata da un suono specifico. Ripetendo lo stesso meccanismo per più volte, i gatti iniziavano a reagire al solo suono (condizionamento pavloviano classico). Wolpe è riuscito poi ad andare oltre: egli ha dimostrato che la riposta di paura dei gatti poteva essere gradualmente disimparata, invertendo lo stimolo e associando allo stesso suono la presentazione di cibo.</p>
<h2>L’assertività come strumento per inibire l’ansia</h2>
<p>Nel libro in cui viene esposto il trattamento delle nevrosi, Wolpe parla di “assertiveness”, riprendendo quanto teorizzato dallo psichiatra Salter (per maggiori informazioni sull’autore, si veda l’articolo <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/linizio-degli-studi-sullassertivita-andrew-salter/">“<strong>L’inizio degli studi sull’assertività</strong>”</a>), e assieme a Lazarus considera l’<strong>assertività</strong> come mezzo di <strong>inibizione reciproca</strong> dell&#8217;ansia. Secondo gli studiosi, infatti, l’essere assertivi (e quindi riuscire ad esprimere apertamente i propri sentimenti senza ledere quelli altrui) implica l’inibizione dell’ansia. Da questo momento in poi, l’assertività è stata utilizzata all’interno della terapia comportamentale. Wolpe ha così ideato un training assertivo, con il fine di ridurre l’ansia. Successivamente, Wolpe e Lazarus hanno sviluppato un questionario per valutare l’assertività (Wolpe &amp; Lazarus, 1966). Gli obiettivi dei <strong>training sull&#8217;assertività</strong> includono: una maggiore consapevolezza dei diritti della persona (<a href="https://www.studiopsicologiarizzi.it/aggiornamenti/manuel-j-smith-e-i-diritti-assertivi/">qui</a> puoi trovare i 10 diritti assertivi di J. Smith); differenziazione tra passività, aggressività e assertività; acquisizione di capacità assertive verbali e non verbali.</p>
<p>L’uso centrale delle risposte assertive è quello di superare le abitudini nevrotiche delle risposte dell’ansia in contesti interpersonali. I <strong>training assertivi</strong> hanno infatti anche gli obiettivi di diminuire l’ansia e aumentare il senso di sicurezza nelle situazioni sociali. Per illustrare l’uso delle risposte assertive nell’attuazione del paradigma dell’inibizione reciproca, possiamo prendere come esempio un individuo la cui madre aggressiva e critica lo ferisce. Questo soggetto ha imparato a non esprimere il proprio risentimento, a tenere tutto dentro e isolarsi. Tramite un training di assertività, a questa persona verrà fatto sperimentare che, esprimendo il proprio risentimento, si potrà inibire l’ansia provata e acquisire una maggiore padronanza della situazione interpersonale, e dunque anche una maggiore fiducia in sé.</p>
<h2>Com’è strutturata la tecnica di desensibilizzazione sistematica?</h2>
<p>Dal principio di inibizione reciproca, Wolpe ha sviluppato una famosa tecnica comportamentale: la <strong>Desensibilizzazione Sistematica</strong>. La risposta antagonista dell&#8217;ansia, a livello fisiologico e comportamentale, è stata individuata dall’autore nel rilassamento muscolare (secondo la tecnica di Jacobson). Oltre all’assertività e all’auto-affermazione, Wolpe notò infatti come il rilassamento profondo avesse effetti diametralmente opposti rispetto a quelli dell’ansia. La <strong>desensibilizzazione sistematica</strong> si compone di tre step: il rilassamento muscolare, la creazione di una gerarchia d’ansia, e la contrapposizione del <strong>rilassamento</strong> con l’evocazione degli stimoli ansiogeni della gerarchia. Si parte dunque con il rilassamento dei vari muscoli del corpo, facendo notare alla persona la differenza tra le sensazioni provate in tensione e quelle in rilassamento. Si chiede poi all’individuo di creare una lista di stimoli ansiogeni, dal meno al più angosciante. Nel momento in cui la persona si trova in uno stato di rilassamento, le si presenta lo stimolo (reale o immaginato) che le provoca ansia, per poi passare al successivo solo quando il precedente non le provoca più stati d’animo negativi. Le difficoltà che si possono riscontrare in questa tecnica sono: problemi di rilassamento, gerarchie mal costruite, carenze nelle abilità immaginative.</p>
<p>La <strong>desensibilizzazione sistematica</strong> ha reso possibile il controllo diretto su un gran numero di abitudini nevrotiche. Per esempio, per estinguere una fobia specifica di un bambino, lo si esponeva a piccole dosi di ciò che temeva, in circostanze in cui però erano presenti emozioni opposte all’ansia. Il primo utilizzo di questa tecnica nel contesto clinico risale a Jones (1924), che si è occupato di fobie nei bambini utilizzando il cibo: ai bimbi, durante l’ora del pranzo, veniva presentato ripetutamente e in modo graduale l’oggetto o la situazione temuti, mentre gli si dava loro da mangiare. La fame aveva dunque un ruolo nel superamento della paura.</p>
<h2>L’approccio comportamentale e i suoi obiettivi</h2>
<p>Per i terapeuti comportamentisti, l’obiettivo è quello di eliminare le abitudini disadattive. Per misurare il loro operato, sarà quindi necessario classificare ed elencare il numero di abitudini disadattive prima della terapia, per poi verificare se ogni abitudine è stata eliminata o meno. È quindi un merito dell’approccio comportamentista quello di poter valutare ogni cambiamento esclusivamente in termini di riferimento definiti in modo chiaro.<br />
La terapia comportamentale deve essere sempre basata su un’adeguata analisi comportamentale: il terapeuta ha spesso bisogno di conoscere gli stimoli che precedono le reazioni di cui i pazienti si lamentano (come gli attacchi di panico, le compulsioni, le fobie…). Per questo motivo, si indaga la storia personale del paziente: i suoi problemi attuali e passati, la sua famiglia, i fattori che hanno peggiorato o migliorato la sua situazione, la sua educazione, il lavoro, e così via. La terapia vuole essere individualizzata, e tenere conto delle esigenze personali di ogni persona.</p>
<h3><em>Elena Baldo</em></h3>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Jones, M. C. (1924). Elimination of children’s fears, <em>J. Exp. Psychol</em>. 7:382.</p>
<p>Jones, M. C. (1924b). A laboratory study of fear. The case of Peter, <em>J. Genet. Psychol.</em> 31:308.</p>
<p>Lazarus, A. A. (1961). Group Therapy of phobic disorders by systematic desensitization, <em>J. Nerv. Ment. Dis.</em> 136:272.</p>
<p>Wolpe, J., Lazarus, A. (1968). Behavior Therapy Techniques, a guide to the Treatment of Neuroses, <em>Pergamon Press</em>.</p>
<p>Speed, C., Goldstein, L., Goldfried, R. (2018). Assertiveness Training: A Forgotten Evidence-Based Treatment, <em>Clin Psychol Sci Prac. 25: 1–20</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-ed-emozioni/levoluzione-del-concetto-di-assertivita-gli-apporti-di-wolpe-e-lazarus/">L’evoluzione del concetto di assertività: gli apporti di Wolpe e Lazarus</a> proviene da <a href="https://www.corsiecmbenessere.it">Corsi ECM Benessere</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La comunicazione medico-paziente</title>
		<link>https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-medico-paziente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Casetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 08:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La comunicazione in ambito sanitario Medico, come vivi la relazione col paziente? Che la comunicazione sia di fondamentale importanza nella relazione terapeutica è ormai un dato di fatto. Ma è<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-medico-paziente/">La comunicazione medico-paziente</a> proviene da <a href="https://www.corsiecmbenessere.it">Corsi ECM Benessere</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><b>La comunicazione in ambito sanita</b><b>rio</b></h2>
<h4><b>Medico, come vivi la relazione col paziente?</b></h4>
<p><b></b><b><br />
</b><span style="font-weight: 400;">Che la </span><b>comunicazione </b><span style="font-weight: 400;">sia di </span><b>fondamentale </b><span style="font-weight: 400;">importanza nella relazione terapeutica è ormai un dato di fatto. Ma è un dato veramente così scontato?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ti è mai capitato di ricevere pazienti convinti di saperne più di te perchè in precedenza si erano istruiti sui loro sintomi, magari attraverso internet? </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;"><a href="https://www.psicoterapiafunzionale.it/2024/11/la-comunicazione-medico-paziente-in-ambito-sanitario/1-9419102a/" rel="attachment wp-att-8590"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-8590 alignright" src="https://www.psicoterapiafunzionale.it/wp-content/uploads/2024/11/1-9419102a.jpg" alt="" width="351" height="351" /></a><br />
Ti è mai successo di dover gestire un </span><b>carico emotivo</b><span style="font-weight: 400;"> molto importante?</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Il tuo paziente spesso ha anche bisogno di essere </span><b>ascoltato</b><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Lo sai che un medico in grado di garantire un ascolto attivo è più ricercato rispetto al collega in grado di garantire solamente la giusta prescrizione di farmaci?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel campo della salute e della medicina, la </span><b>buona comunicazione</b><span style="font-weight: 400;"> è “the elephant in the room”, come       un grande elefantenella stanza: è un argomento molto importante e evidente, ma che </span><b>spesso viene ignorato</b><span style="font-weight: 400;"> o non considerato come dovrebbe.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Siamo dei comunicatori nati ma la capacità di farlo bene non è innata, </span><span style="font-weight: 400;">deve essere “allenata”</span><span style="font-weight: 400;"> in modo consapevole.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Se la </span><b>comunicazione consapevole</b><span style="font-weight: 400;"> partecipa alla cura della persona, è vero anche il suo contrario.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Questo significa che una comunicazione non consapevole può </span><b>interferire in maniera negativa</b><span style="font-weight: 400;"> sul processo di cura.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In ambito sanitario,</span><span style="font-weight: 400;"> apprendere come comunicare adeguatamente è uno dei pilastri fondamentali</span><span style="font-weight: 400;"> necessari a garantire una </span><b>cura efficace</b><span style="font-weight: 400;">. Lo scambio di informazioni tra paziente e medico necessità di un </span><b>ambiente empatico</b><span style="font-weight: 400;"> ed accogliente.</span></p>
<h6><span style="font-weight: 400;">UNA COMUNICAZIONE EFFICACE</span></h6>
<ul>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">migliora l’adesione al trattamento </span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">riduce l’ansia</span></li>
<li aria-level="1">abbassa il dolore percepito</li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">diminuisce le complicanze cliniche </span></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">Per il medico apprendere come trasmettere </span><b>informazioni chiare e comprensibili</b><span style="font-weight: 400;"> è essenziale per fare si che il paziente segua le sue </span><b>indicazioni cliniche</b><span style="font-weight: 400;"> e possa raggiungere gli </span><b>obiettivi di salute</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La qualità della comunicazione incide direttamente sulla </span><b>fiducia</b><span style="font-weight: 400;"> che il paziente ripone nel medico.</span></p>
<h3><b>Comunicazione e Relazione Medico-Paziente</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;"><a href="https://www.psicoterapiafunzionale.it/2024/11/la-comunicazione-medico-paziente-in-ambito-sanitario/immaginbe-3/" rel="attachment wp-att-8591"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-8591 alignleft" src="https://www.psicoterapiafunzionale.it/wp-content/uploads/2024/11/immaginbe-3.jpg" alt="" width="362" height="241" /></a>Immagina, per un momento, di essere un tuo paziente e avere davanti a te un medico che ti sta comunicando l’esito dell’esame appena fatto: come ti sentiresti se te lo comunicasse con indifferenza, magari senza nemmeno incontrare il tuo sguardo, se fosse distratto? Torneresti da quel professionista in futuro, avendo la possibilità di scegliere?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Costruire una relazione medico-paziente efficace ha come fondamento una comunicazione empatica e bidirezionale, dove non solo (tu medico) fornisci informazioni tecniche sulla malattia, ma soprattutto il tuo paziente può esprimerti i suoi dubbi, le preoccupazioni e le necessità. </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Carl Rogers (1995) parlando di comunicazione empatica dice che solo se il medico impara ad ascoltare attivamente allora può instaurare una relazione di fiducia.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Nell&#8217;ambito clinico, il linguaggio verbale e non verbale rivestono un ruolo cruciale. </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Alcuni segnali come: </span></p>
<ul>
<li aria-level="1"><b>il contatto visivo</b></li>
</ul>
<ul>
<li aria-level="1"><b>le espressioni facciali                                     <span style="font-weight: 400;"><a href="https://www.psicoterapiafunzionale.it/2024/11/la-comunicazione-medico-paziente-in-ambito-sanitario/set-di-icone-lineari-di-comunicazione-verbale-e-non-verbale-2ge305h/" rel="attachment wp-att-8592"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-8592 alignright" src="https://www.psicoterapiafunzionale.it/wp-content/uploads/2024/11/set-di-icone-lineari-di-comunicazione-verbale-e-non-verbale-2ge305h-e1731410400223-1024x1013.jpg" alt="" width="284" height="281" /></a></span></b></li>
</ul>
<ul>
<li aria-level="1"><b>il tono della voce</b></li>
</ul>
<ul>
<li aria-level="1"><b>i gesti</b></li>
</ul>
<ul>
<li aria-level="1"><b>la postura</b></li>
</ul>
<ul>
<li aria-level="1"><b>il contesto</b></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">influenzano la percezione del paziente rispetto alla disponibilità e alla competenza del professionista sanitario. Infatti il 70% delle informazioni che trasmettiamo tramite la nostra comunicazione viene recepito tramite il tono delle voce (linguaggio para-verabale) e le espressioni corporee (linguaggio non verbale).</span></p>
<h3><b>Quando parli il tuo paziente si accorge di come comunichi</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Sei veramente sicuro di riuscire a creare una relazione efficace col tuo paziente quando comunichi con lui?</span><b><br />
</b><span style="font-weight: 400;">I pazienti, quando non si sentono in relazione con il loro medico, non seguono le terapie come prescritto, cercano istruzioni su internet e favoriscono la nascita di incomprensioni sulle istruzioni a causa di dubbi che non sono mai stati espressi.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Non è un caso se negli ultimi anni anche in Italia l’ordine dei medici consiglia la formazione in ambito comunicativo ai professionisti. (al link puoi trovare la nostra offerta formativa)</span><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Inoltre, centrare la comunicazione sul tuo paziente lo incoraggia a partecipare attivamente alle decisioni terapeutiche. I medici tendono a sopravvalutare le proprie capacità comunicative (Ha &amp; Longnecker, 2010). </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Tongue et al. hanno riferito che il 75% dei chirurghi ortopedici intervistati ritenevano di aver comunicato soddisfazione teoricamente con i loro pazienti, ma solo il 21% dei pazienti hanno segnalato una comunicazione soddisfacente con i loro documenti dottori (Tongue et al., 2005).</span></p>
<h3><b>La ricerca lo evidenzia: I pazienti vogliono sentire i loro bisogni riconosciuti</b></h3>
<p><b></b><span style="font-weight: 400;">Dalla qualità della comunicazione del personale sanitario emerge anche la sua motivazione. </span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">I medici, coinvolti nello studio di Hannawa, hanno riferito che i processi assistenziali erano “inaccettabilmente scadenti” se compromessi da una scarsa conoscenza. </span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Gli infermieri consideravano i processi assistenziali “inaccettabilmente scadenti” se gli operatori non comunicavano tra loro, con i pazienti e con i familiari in modo contestualizzato e se l&#8217;erogazione delle cure era compromessa dalla scarsa motivazione e/o conoscenza degli operatori. </span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">I pazienti consideravano i processi assistenziali “inaccettabilmente scadenti” se gli operatori comunicavano con loro in modo non adattivo, ignorando o non riconoscendo nemmeno i loro bisogni e desideri, se comunicavano informazioni insufficienti e/o se gli operatori dimostravano scarse conoscenze durante l&#8217;erogazione delle cure.</span></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">È interessante notare che tutti e tre i gruppi hanno indicato, in modo indipendente, il fallimento della comunicazione come indicatore principale di un&#8217;assistenza di qualità “inaccettabilmente scarsa”. In altre parole, quando un episodio sanitario è andato male, la colpa è stata attribuita alla scarsa comunicazione interpersonale (Hannawa et al., 2022).</span><b></b></p>
<h3><b>Implicazioni Psicologiche della Comunicazione medico-paziente</b></h3>
<p><b></b><span style="font-weight: 400;">Imparare ad ascoltare e comunicare con i tuoi pazienti, a farli sentire accolti e compresi è la chiave per entrare in relazione con loro e responsabilizzarli sul percorso di cura. Questo permette anche a te medico di sentirti efficace ed essere soddisfatto del tuo lavoro</span><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">La tua professione è un impegno gravoso perché, ne siamo consapevoli,  non è un mestiere qualunque, ma è una missione che può darti molta soddisfazione, se accompagnato da buone competenze comunicative. Dalla tua buona comunicazione non traggono vantaggio solo i tuoi pazienti, ma anche tu. Imparare a comunicare efficacemente può esserti utile per non vivere la tua vita lavorativa come un peso, essere più soddisfatto del tuo lavoro e dei risultati che ottieni e a ridurre il rischio di incorrere in burnout. </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">La comunicazione ha profonde implicazioni emotive e psicologiche. Essere ascoltati e compresi è fondamentale per il benessere psicologico del paziente. I pazienti che sentono di avere uno spazio per esprimere le proprie emozioni tendono ad affrontare la malattia con un maggiore senso di controllo e partecipazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Prova a pensare a quella volta in cui un tuo paziente ha portato durante la visita un grande dolore e tu non ti sei sentito capace di gestirlo da un punto di vista comunicativo. Il disagio che hai provato in quella situazione ti ha fatto sentire impotente e ti ha esposto ad un livello alto di autocritica e di frustrazione?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non sei l’unico ad essere passato da queste situazioni che, se siamo impreparati da un punto di vista comunicativo, possono apparire come ostacoli nella tua professione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’integrazione della comunicazione come parte del processo terapeutico non dovrebbe essere vista solo come un’abilità accessoria, ma come un elemento centrale nella pratica clinica, essenziale per garantire la qualità delle cure e la soddisfazione del paziente.</span></p>
<h2><b>Come rendere la cura comprensibile al paziente</b></h2>
<p><span style="font-weight: 400;"> Quale differenza c’è nel linguaggio usato da un professionista, che ha studiato molti anni per diventarlo, per parlare di cura e nel modo del soggetto che richiede la cura? </span></p>
<h3><b>Percezione del paziente vs percezione del professionista sanitario (un telefono con i fili)</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Già nella vita di tutti i giorni, quando ci ritroviamo a conversare con un nostro pari, c’è una bella differenza tra quello che pensiamo, le parole che utilizziamo per esprimerlo </span><span style="font-weight: 400;">e quello che il nostro amico capisce effettivamente. Praticamente, è come se fosse un </span><b>telefono senza fili</b><span style="font-weight: 400;">. Nel caso della cura aumenta la difficoltà di comprensione dato che si esprimono concetti tecnici. Taylor, utilizzando il CAM</span><b>,</b><span style="font-weight: 400;">  un insieme di questionari che comprendono le seguenti sei modalità di comunicazione nell’ambito di cura: </span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>advocating (sostenere)</b></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>collaborating (collaborare)</b></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>empathizing (empatizzare) </b></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>encouraging (incoraggiare) </b></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>instructing (istruire) </b></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>problem solving (risolvere i problemi)</b></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">ha osservato che la percezione della comunicazione che l’operatore sanitario ha è completamente diversa dalla percezione del paziente. In pratica, ciò che il medico pensa di aver trasmesso non coincide quindi con ciò che il paziente comprende e che di conseguenza mette in pratica.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le motivazioni ipotizzate delle incomprensioni che si creano sono diverse: </span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;"> l</span><b>’aspettativa del paziente può modificare la loro percezione di ciò che accade realmente</b><span style="font-weight: 400;"> (Eastwood et al., 2019) </span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>i valori dei terapeuti centrati sul paziente possono spingere a percepirsi, più o meno consapevolmente, come se stessero utilizzando modalità che appaiono sensibili ai bisogni del cliente, come l&#8217;empatia</b><span style="font-weight: 400;"> (Mulligan et al., 2014). </span></li>
<li style="font-weight: 400;" aria-level="1"><b>un modo di comunicazione può essere gestito male al punto che in realtà i pazienti percepiscono l’utilizzo di un altro metodo di comunicazione</b><span style="font-weight: 400;"> (Taylor, 2020).</span></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">Al di là delle varie cause una cattiva comunicazione riduce la soddisfazione del paziente e può aumentare la possibilità di errori medici (Ng &amp; Luk,2019).</span></p>
<h3><b>Creare un linguaggio comune</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Il medico o operatore sanitario per accorciare quindi le distanze ed evitare errori, deve creare un linguaggio comune, seguire il paziente nel suo linguaggio e usare le &#8220;sue parole” per spiegare il problema e poi la cura, si tratta di parlargli nel “suo modo” e nel suo schema mentale per facilitare la comprensione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un gesto, una parola, uno sguardo, una stretta di mano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo tutto questo , provate semplicemente a pensare a</span><b> che cos’è per voi la parola</b><span style="font-weight: 400;"> , scrivete su un foglietto tutto ciò che vi viene in mente con parola e pensate a quale parola o anche gesto, sorriso o espressione è stata per voi una luce, un&#8217;ancora a cui aggrapparvi e da cui ricominciare, pensate a quanto vi abbia curato quella parola, gesto, sguardo o quella conversazione in un bar prima di entrare a lavoro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> SALVEZZA      <a href="https://www.psicoterapiafunzionale.it/2024/11/la-comunicazione-medico-paziente-in-ambito-sanitario/road-3186188_1280/" rel="attachment wp-att-8599"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-8599 alignleft" src="https://www.psicoterapiafunzionale.it/wp-content/uploads/2024/11/road-3186188_1280-1024x672.jpg" alt="" width="479" height="314" /></a>                         LIBERAZIONE                                                SOSTEGNO</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">                       PONTE                                             COLLEGAMENTO                             ANCORA</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">    STRUMENTO                                ACCESSO                   STRADA</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per Eugenio Borgna psichiatra e saggista italiano,  le parole sono come creature viventi che possono curare, possono salvarci la vita o invece possono inaridire, parole che accrescono le ferite (Borgna, 2017); </span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Paul Celan invece poeta tedesco dello scorso secolo disse che avrebbe volentieri sacrificato i suoi poemi in cambio di una stretta di mano piena di vita. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“La parola di un medico, quando esercita la sua funzione, è uno strumento del suo armamentario, è proprio come un bisturi. Va usata con la massima precauzione, perché può provocare danni seri, talvolta irreversibili. D’altro canto, l’ascolto e la parola sono medicina, accompagnano e integrano la pratica clinica e, anche se la prudenza è d’obbligo, curano. La parola è liberazione”.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Ciò che afferma Lucia Giudetti, psicologa, in un’intervista alla quale si deve la costituzione della Fondazione Giancarlo Quarta “ una parola dedicata alle relazioni di cura nelle malattie gravi, non è valida solo per i medici ma in generale per tutti”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Avresti sicuramente quindi anche te una situazione da rivivere, un esempio in mente da richiamare che basta per ricordare l&#8217;importanza di saper comunicare, comunicare in modo adeguato, in modo attivo, in modo etico. </span></p>
<h5><b>3.3 Consigli pratici<a href="https://www.psicoterapiafunzionale.it/2024/11/la-comunicazione-medico-paziente-in-ambito-sanitario/1-8d079401/" rel="attachment wp-att-8598"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-8598 alignright" src="https://www.psicoterapiafunzionale.it/wp-content/uploads/2024/11/1-8d079401-e1731411663289-1024x684.jpg" alt="" width="461" height="308" /></a></b></h5>
<p><span style="font-weight: 400;">Ognuno di noi ha la possibilità, l&#8217;opportunità e l’esigenza di comunicare con l’altro, è quindi responsabilità di tutti, non solo dei medici,</span><b> essere consapevoli </b><span style="font-weight: 400;">delle parole e del tipo di comunicazione che si sta usando. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutto ciò sappiamo che è particolarmente difficile ma la </span><b>comunicazione assertiva</b><span style="font-weight: 400;"> può e deve essere allenata, in particolare nel nostro centro si svolge un corso che può aiutarci a capire meglio le tipologie di comunicazione e in quali situazioni è necessario metterle in pratica. Il nostro corso ECM sulla comunicazione assertiva:</span><b> gestire i conflitti, la comunicazione assertiva</b><span style="font-weight: 400;"> ti può aiutare,  se ti va di saperne di più consulta <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/corsi-ecm/">I NOSTRI EVENTI</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><b>BIBLIOGRAFIA</b></h2>
<p><span style="font-weight: 400;">A. F. Hannawa; A.W. Wu; A. Kolyada; A. Potemkina; L. Donaldson 2021) The aspects of healtcare quality that are important to health professionals and patients: A qualitative study </span><a style="font-family: 'Open Sans', sans-serif; font-size: 14px;" href="https://doi.org/10.1016/j.pec.2021.10.16">https://doi.org/10.1016/j.pec.2021.10.16</a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Amato, C. (2017). Nella comunicazione medico-paziente. </span><i><span style="font-weight: 400;">Medicina</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">28</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Asioli, F. (2019). </span><i><span style="font-weight: 400;">La relazione di cura: Difficoltà e crisi del rapporto medico-paziente</span></i><span style="font-weight: 400;">. FrancoAngeli.Engel, G. L. (2012). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. </span><i><span style="font-weight: 400;">Psychodynamic Psychiatry</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">40</span></i><span style="font-weight: 400;">(3), 377–396.</span><a href="https://doi.org/10.1521/pdps.2012.40.3.377"> <span style="font-weight: 400;">https://doi.org/10.1521/pdps.2012.40.3.377</span></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Borgna, E. (2017). </span><i><span style="font-weight: 400;">Le parole che ci salvano</span></i><span style="font-weight: 400;">. EINAUDI. </span><a href="https://books.google.it/books?id=lznWDQAAQBAJ"><span style="font-weight: 400;">https://books.google.it/books?id=lznWDQAAQBAJ</span></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cappella, J. N., &amp; Street, R. L. (2024). Delivering Effective Messages in the Patient-Clinician Encounter. </span><i><span style="font-weight: 400;">JAMA</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">331</span></i><span style="font-weight: 400;">(9), 792.</span><a href="https://doi.org/10.1001/jama.2024.0371"> <span style="font-weight: 400;">https://doi.org/10.1001/jama.2024.0371</span></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cartabellotta, A., &amp; Cartabellotta, A. (2018). L’importanza delle parole: La comunicazione medico-paziente può peggiorare i sintomi?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eastwood, D., Manson, N., Bigney, E., Darling, M., Richardson, E., Paixao, R., Underwood, T., Ellis, K., &amp; Abraham, E. (2019). Improving postoperative patient reported benefits and satisfaction following spinal fusion with a single preoperative education session. The Spine Journal, 19(5), 840–845.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fan, C.-W., Hazlett, J. N., &amp; Taylor, R. R. (2022). Perceiving Therapeutic Communication: Client–Therapist Discrepancies. The American Journal of Occupational Therapy, 76(3), 7603345010. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fiorini, F., &amp; Granata, A. (2019). La comunicazione Medico-Paziente. </span><i><span style="font-weight: 400;">G Ital</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Giuseppe Gullace, G., &amp; Peirone, L. (2021). </span><i><span style="font-weight: 400;">La Comunicazione in Medicina</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ha, </span> <span style="font-weight: 400;">J. F., &amp; Longnecker, N. (2010). Doctor-patient communication: A review. The Ochsner Journal, 10(1), 38-43</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Linacre, J. M. (2011). FACETS Rasch measurement computer program (Version 3.78.1) [Computer software]. Winsteps.com. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Marco Trabucchi. (2009). L’ammalato e il suo medico. La formazione alla relazione. </span><i><span style="font-weight: 400;">Tendenze nuove</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">5</span></i><span style="font-weight: 400;">, 519. </span><a href="https://doi.org/10.1450/30654"><span style="font-weight: 400;">https://doi.org/10.1450/30654</span></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Moja, E. A., Poletti, P., Padova, C., Cardone, R., &amp; De Feo, A. (2016). </span><i><span style="font-weight: 400;">Comunicazione e performance professionale: Metodi e strumenti</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mulligan, S., White, B. P., &amp; Arthanat, S. (2014). An examination of occupation-based, client-centered, evidence-based occupational</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Rogers, C. R. (1961). On becoming a person: A therapist&#8217;s view </span> <span style="font-weight: 400;">of psychotherapy. Houghton Mifflin Harcourt.</span></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/salute-comunicazione-medico-paziente"><i><span style="font-weight: 400;">Https://ilbolive.unipd.it/it/news/salute-comunicazione-medico-paziente</span></i></a><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.corsiecmbenessere.it/approfondimenti/comunicazione-medico-paziente/">La comunicazione medico-paziente</a> proviene da <a href="https://www.corsiecmbenessere.it">Corsi ECM Benessere</a>.</p>
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